26 maggio 2017
Aggiornato 11:30
L'ex premier: mio padre non c'entra niente

Consip, il Fatto pubblica telefonata di Renzi con il padre: «Babbo, devi dire la verità»

Il Fatto quotidiano pubblica un'intercettazione telefonica tra Matteo Renzi e il padre Tiziano compresa nell'ultimo libro di Marco Lillo, in cui l'ex premier chiede al «babbo» di dire la verità

Il segretario Pd Matteo Renzi. (© Ansa / Giuseppe Lami)

ROMA - «Babbo devi dire tutta la verità ai magistrati. Non puoi dire bugie o non mi ricordo e devi ricordarti che non è un gioco». È quanto avrebbe detto l'ex premier Matteo Renzi al padre Tiziano, in merito alla vicenda Consip, in un'intercettazione telefonica del 2 marzo, riportata oggi dal Fatto quotidiano, che anticipa quanto riportato nel libro del giornalista Marco Lillo, «Di padre in figlio». La telefonata è concitata, Matteo Renzi è agitato. Cerca di capire cosa stia accadendo, e se quello che scrivono i giornali di suo padre sia vero. «È una cosa molto seria» e «devi ricordarti tutti gli incontri e i luoghi, non è più la questione della Madonnina e del giro di merda di Firenze per Medjugorje», avrebbe aggiunto il segretario Pd nella telefonata al padre. E ancora: «Devi dire nomi e cognomi», «è vero che hai fatto una cena con Romeo?».

Su Facebook Renzi conferma
L'ex premier ha confermato su Facebook quanto pubblicato questa mattina dai giornali, tratto dal libro di Lillo. «Questa mattina Il Fatto Quotidiano pubblica con grande enfasi delle intercettazioni tra me e mio padre. Risalgono a qualche settimana fa e sono già in un libro, a firma di un giornalista che si chiama Marco Lillo. Nel merito queste intercettazioni ribadiscono la mia serietà visto che quando scoppia lo scandalo Consip chiamo mio padre per dirgli: "Babbo, questo non è un gioco, devi dire la verità, solo la verità"» scrive.  E spiega il suo punto di vista sulla telefonata al padre Tiziano.

La verità è giusto dirla subito
«Mio padre non ha mai visto un tribunale fintantoché suo figlio è diventato premier. Fino a quel momento ha vissuto tranquillamente la sua vita, esuberante e bella: ha 66 anni e proprio sabato scorso ha festeggiato i 45 anni di matrimonio. Quattro figli, nove nipoti, gli scout, il coro della chiesa, il suo lavoro e naturalmente la passione civica per Rignano: è un uomo felice. Ha conosciuto la giustizia solo dopo che io sono arrivato a Palazzo Chigi. Non è abituato a questa pressione che deriva dal suo cognome più che dai suoi comportamenti. Gli ricordo che se sa qualcosa è bene che la dica, all'avvocato e al magistrato. La verità - aggiunge - prima o poi emerge: è giusto dirla subito».

Intercettazioni? Da politico mi fanno un regalo, da uomo mi feriscono
Quindi, si spinge nell'analisi: «Politicamente parlando le intercettazioni pubblicate mi fanno un regalo. La pubblicazione è come sempre illegittima ed è l'ennesima dimostrazione di rapporti particolari tra alcune procure e alcune redazioni. Ma non ho alcun titolo per lamentarmi: non sono il primo a passare da questa gogna mediatica. Anzi: ad altri è andata peggio. Qualcuno si è tolto la vita per le intercettazioni, qualcuno ci ha rimesso il lavoro. Ma umanamente - aggiunge il segretario Pd - mi feriscono perché in quella telefonata sono molto duro con mio padre. E rileggendole mi dispiace, da figlio, da uomo. Da uomo delle istituzioni, però, non potevo fare diversamente».

La ricostruzione di Renzi
Quindi, Renzi ricostruisce la vicenda, e racconta la sua verità. «Vi racconto i fatti. È il 2 marzo. Il giorno prima, mercoledì delle ceneri, vado nella Locride dai meravigliosi ragazzi della cooperativa Goel, una delle visite più belle del mio "Trolley tour». Percorro la Salerno-Reggio Calabria, poi mi fermo a Catanzaro. Quindi arrivo a Taranto. Arrivo in albergo stanco, non ceno e alle 22 sono già a letto. Al mattino incontro gli operai dell'ILVA con la splendida Teresa Bellanova: non li ho mai lasciati soli in tre anni, voglio parlare con loro anche adesso che non sono più premier. Prendo un caffè con la direttrice del Museo di Taranto, perché per me Taranto riparte solo se riparte anche la vita in città, non solo l'acciaio. Di tutto lascio traccia su instagram, sul blog, sui social. Poi finalmente trovo il tempo di chiamare mio padre. Sono circa le 9.30 del mattino. Mi metto sulla terrazza della sala da pranzo delle colazioni, avendo cura di essere solo. E affronto mio padre. Per me è una telefonata umanamente difficile», aggiunge Renzi su Facebook.

'Ho creduto a Repubblica e non a mio padre'
L'ex premier prosegue: «Repubblica ha pubblicato una clamorosa intervista a un testimone che riferisce di una cena riservata in una bettola segreta tra mio padre e l'imprenditore Romeo, lo stesso che secondo una ricostruzione dei magistrati di Napoli gli avrebbe dato 30 mila euro in nero al mese. Conosco mio padre e conosco la sua onestà: alla storia dello stipendio in nero da 30 mila euro non crede nemmeno un bambino di tre anni». Renzi ammette di aver creduto al quotidiano e non a suo padre, con più di una punta di rammarico: «Ma dubito di lui, esperienza che vi auguro di non provare mai verso vostro padre, e sulla cena mi arrabbio. "Ma come? Vai a fare le cene riservate in una bettola segreta a Roma? Con imprenditori che hanno rapporti con la pubblica amministrazione?" Mi sembra allucinante. E tuttavia, ingenuo come sono, credo a Repubblica perché mi sembra impossibile che pubblichino un pezzo senza alcuna verifica: se lo scrivono, sarà vero. Dunque incalzo mio padre. Lo tratto male, dicendogli: "non dirmi balle, la cena c'è stata per forza altrimenti non lo scriverebbero». "Quante volte hai visto Romeo». Lo interrogo, lo tratto male. Ma sono un figlio. E se tuo padre bluffa lo senti. Mio padre mi ribadisce: non c'è stata nessuna cena, devi credermi. Matteo, è una notizia falsa, devi credermi. Con l'aggiunta di qualche espressione colorita toscana», aggiunge Renzi.

'Mio padre non c'entra niente'
Il segretario Pd conclude così la sua ricostruzione dei fatti: «Alla fine della telefonata, durissima, salgo in auto verso Castellaneta e poi Matera e sussurro a un caro amico che mi accompagna: "Mio padre non c'entra niente, mio padre non ha fatto niente. Questa storia puzza». I fatti li conoscete. Nelle settimane successive un'altra procura, quella di Roma, indagherà su un capitano dei carabinieri che aveva fatto le indagini su mio padre accusando il militare di falso. La storia diventa torbida con presunti interventi dei servizi segreti, che vengono vergognosamente citati da persone prive di alcuna serietà istituzionale. La vicenda assume contorni inquietanti e l'intrigo si carica ogni giorno di nuovi particolari».