29 aprile 2017
Aggiornato 21:00
Dopo la convention torinese

Anatomia del Partito Demorenziano del Lingotto: il peggio deve ancora arrivare

I militanti che ci credono, quelli che pensano di essere ancora nel Pci, i ruffiani, i selfie. Tutto quello che volevate sapere e non avete mai osato chiedere su Matteo Renzi e il Partito Democratico

Matteo Renzi con il premier Paolo Gentiloni e il ministro dell'Agricoltura Maurizio Martina a Torino per Lingotto '17 (© ANSA/ALESSANDRO DI MARCO)

TORINO - Voi che sperate che Matteo Renzi sia prossimo alla scomparsa politica leggete questo articolo. E siate pronti: tempi duri ci attendono. Sono davvero tanti coloro che adorano il loro capo, che chiamano per nome: «Matteo». Da notare lo sdoganamento ormai totale del nome proprio, partito da Vendola, che tutti lo chiamavano «Niki». Poi è stata la volte di Grillo, «Beppe» per gli attivisti per M5s, ora Renzi «Matteo». Un fenomeno che crea vicinanza tra il capo e il suo popolo. Al capo del Pd tutti danno del tu, nessuno osa dare del lei, ed è un profluvio di «ciao Matteo!». A cui lui non si limita ad una semplice risposta: ma associa sempre un «ehi caro come va?» Dilaga quindi la programmazione neurolinguistica: ormai siamo di fronte a degli automi che hanno delle reazioni programmate per qualsiasi eventualità. Quanto poi sia intrecciato l’Iperuranio del capo con quotidianità dei fan, attivisti, militanti, compagni, camerati o cosa altro è impossibile da provare.

Cosa vuole il popolo Pd
In ogni caso abbandonate la speranza che, quella del Lingotto, sia una sparuta minoranza di ruffiani. Il popolo che si è accalcato al Lingotto nella tre giorni renziana è numeroso e agguerrito. Inoltre non è antropologicamente diverso da altri che si incontrano in altri contesti politici. Ricordiamo per esempio una convention berlusconiana del 2006 straordinariamente simile a quella del Lingotto di pochi giorni fa. Il popolo del Partito Democratico vuole cose normali, straordinariamente simili a cosa vogliono gli altri: lavoro, sicurezza, un minimo di tranquillità sociale. Non vuole l’invasione dei migranti incontrollata, non vuole lo strapotere della finanza, vorrebbe meno corruzione e molta più legalità, vorrebbe una sanità migliore, meno sprechi, più efficienza dello Stato. 

Di cosa ha paura il popolo "demorenziano"
Non sono snob, non sono radical chic, gli piace vivere normalmente. Detestano Beppe Grillo perché lo reputano un violento che non rispetta la democrazia. Detestano Silvio Berlusconi ma giustificano l’alleanza, anche prossima ventura, perché, anche se pare incredibile, lo considerano meno «pericoloso» di Grillo e di Salvini. Il militante renziano democratico, da ora «demorenziano», è certo che il M5s andrà al governo solo con la Lega Nord. E in virtù di questo prevede pestilenze bibliche che si abbatteranno sul paese. Adorano Obama, detestano Trump, vagheggiano un po’ di Berlinguer e non hanno più nulla della tradizione comunista. Età media avanzata, molti capelli bianchi che arrivano dal Pci: sono i più fedeli al capo Renzi. Che vorrebbe i giovani, ma si trova tanti, arizilli, anziani. Non sanno spiegare, manco a se stessi per molti aspetti, perché gli piaccia un segretario così democristiano, anche perché non si pongono il problema. Quella che fa Renzi è giusto, a prescindere.

I ruffiani
Meglio non fare nomi per evitare querele. Però i ruffiani sono riconoscibili perché diversi antropologicamente dal popolo demorenziano. Il ruffiano renziano imita il capo in ogni mossa: vestiti, scarpe, modo di porsi, tutto è mutuato. Ricordano vagamente gli yuppies degli anni Ottanta, quelli del telefilm ma fuori tempo massimo. Parlano per slogan, non dicono nulla di concreto, si muovono come faine intorno alla loro preda: il giornalista. Che, a differenza dei Cinque stelle, cercano compulsivamente. Sono dei seduttori, che tentano l’approccio simpatico, vagamente cooptante. Quanto di più lontano si possa immaginare dalla base, almeno quella che arriva dalla tradizione democristiana e comunista. Sono chiaramente degli opportunisti, che resteranno sulla nave renziana fino ad un secondo prima dell'affondamento. I ruffiani sono assai, sgomitano tra di loro in una umiliante gara di piaggeria. Lo tradiranno, senza ombra di dubbio. Renzi lo sa perfettamente, ma probabilmente si percepisce come eterno: messi insieme, anche esteticamente, formano un gruppo stravagante e improbabile che, con la sinistra, non ha nulla a che spartire.

Le idee
E’ vero, il Partito Democratico di Renzi è incardinato sulla propaganda vuota. Ma solo fino a un certo punto: nella tre giorni del Lingotto è emerso un organismo fermamente democristiano. Il primato assoluto è riservato a banche e multinazionali, nonché all'idolatria per l'Europa unita. L’ideologia di fondo, vagamente espressa, è quella della percolazione: più i ricchi sono ricchi, più questi faranno «percolare» qualche goccia con cui si disseteranno i poveri. Al resto ci pensa la carità. Per il demorenziano l’Italia non è nel 2017, ma nel 1997. Si muove con venti anni di ritardo su vari fronti, soprattutto economico: il neoliberismo quindi salverà il mondo, così come la globalizzazione e l’euro. L’Europa è ontologicamente sacra , i migranti – con una visione non poi così lontana da quella razzista – vanno bene perché pagano le pensioni agli italiani. I disequilibri del sistema previdenziale sono dovuti a ben più gravi distorsioni.

Lavoro flex e privatizzazioni
Il lavoro deve essere ultra flessibile, perché fare cento cose diverse nella vita è bello e divertente. Privatizzare è l’unico orizzonte possibile per salvare i servizi pubblici: dall’acqua alla sanità, essere di sinistra nel 2017 significa vendere i beni comuni alle multinazionali. Tutto questo pacchetto ideologico prende il nome di «riformismo». Il tutto affogato in un mare di retorica e propaganda. Un po’, i militanti e anche i ruffiani, si vergognano di quello che dicono. Esempio: quando «Matteo» dice che Marchionne è una specie di santo laico. In molti tentano di spiegare, di articolare «meglio» il pensiero del capo. Non riuscendoci, si rifugiano nel sempreverde «ma è chiaramente una provocazione quella di Matteo». Si vergognano anche di essere il partito delle banche, si vergognano un pochino anche della «sottigliezza» della ministra Boschi, si vergognano degli scandali continui.

Lui, Matteo
Matteo visto da vicino è come lo vedete in televisione. Un «bomba», come fu soprannominato dai compagni di classe. Uno che la spara grossa in ogni occasione, non si contiene. Ma non sembra un uomo cattivo: solo un po’ esuberante. Ha energia da vendere, si muove come un gatto su qualsiasi terreno: cerca ossessivamente il contatto con altri esseri umani perché ama farsi amare. Vorrebbe tanti giovani di fianco per i suoi amati selfie, ma si ritrova spesso in compagnia di ruffiani e capelli bianchi. E’ felice di quello che fa, pensa di poter vivere fino a centoventi anni: è il vero figlio politico di Berlusconi. Per molti aspetti è l’ultimo esponente del Futurismo, perché non fa che parlare della bellezza del futuro che ci attende. Non abbandonerà mai la politica, non farà mai il docente universitario come dice di voler fare, non lavorerà mai un giorno nella sua vita. Alle prossime elezioni lui vincerà in ogni caso: basta che il M5s non prenda il 40%. In qualsiasi altro scenario lui sarà capo del prossimo governo demorenziano.