26 febbraio 2017
Aggiornato 06:00
L'ex premier strinse un accordo nel 2008 con Gheddafi

Immigrazione, Minniti come Berlusconi: in Libia per bloccare le partenze

L'attuale ministro dell'Interno Marco Minniti è atteso nei prossimi giorni in Libia, con l'obiettivo di raggiungere un'intesa per limitare i flussi migratori. Come fece Berlusconi con Gheddafi

ROMA - Parola d'ordine: rimpatri. Aumentare le espulsioni di immigrati non in diritto di ottenere l'asilo, portandole dalle attuali 5mila alle 10mila unità: sarebbe questo, secondo i media, l'obiettivo indicato nella circolare inviata a fine anno dal ministero dell'Interno a tutte le Prefetture del Paese. Obiettivo, bisogna dirlo, di non facile raggiungimento: non è un mistero che sulle procedure di rimpatrio il Belpaese (e non solo) sia stato spesso inefficace e disattento.

Cosa c'è sul tavolo
Anche perché, per portare a termine le espulsioni, servono accordi con i Paesi d'origine: ed è proprio per discutere di questo, oltre che per trovare intese per bloccare le partenze alla radice - secondo la stampa -, che il ministro dell'Interno Marco Minniti volerà a Tripoli nei prossimi giorni. La Libia, infatti, rimane il grande focolaio di crisi a poche miglia dalle coste italiane, e, in mancanza di una stabilizzazione del Paese (prospettiva ancora lontana), nulla fa pensare che il flusso migratorio sia destinato a diminuire.

Minniti dalla Tunisia alla Libia
La tappa libica del Ministro è stata preceduta, nei giorni scorsi, dalla visita in Tunisia e a Malta, con il medesimo focus. Del resto, intese simili con altri Paesi sono già sul tavolo del Governo. Dopo l'incontro con l'omologo tunisino, Minniti ha spiegato: "Abbiamo fatto un bilancio degli accordi di cooperazione, di quelli già in vigore, uno molto antico del '98 e uno più recente del 2011, e abbiamo deciso di aprire una nuova fase insieme, impegnati nella lotta al terrorismo e impegnati a prevenire l'immigrazione clandestina».

Sulla scrivania di Alfano accordi per impedire le partenze
Parallelamente, l'ex titolare degli Interni e attuale capo della Farnesina Angelino Alfano ha annunciato altri accordi sul piatto per impedire le partenze: «C’è un triangolo di Paesi fondamentale: il Niger, con cui siamo vicini a chiudere un accordo, la Tunisia e la Libia. Noi ci muoviamo con rigore e umanità, abbiamo salvato molte vite ma non possiamo accettare da nessuno violazioni delle regole. Per questo dobbiamo accelerare su espulsioni e rimpatri», ha spiegato. In particolare, il progetto Niger riguarderebbe quattro centri (uno già attivo nella valle di Agadez) che dovrebbero assicurare il filtraggio ma anche la formazione professionale per favorire subito i rimpatri e per addestrare la polizia locale nelle attività di presidio della frontiera sud della Libia. 

Sulla scia del Migration compact renziano
Un impegno, quello dell'esecutivo Gentiloni, che segue le polemiche sull'immigrazione portate bellicosamente in Europa dall'ex premier Matteo Renzi, e il suo progetto, ribattezzato «Migration compact», che prevedeva, tra le altre cose, di stabilire un fondo per la cooperazione per l'Africa, volto a combattere alla radice le cause delle migrazioni. Proposta cui è seguito un piano di aiuti effettivamente varato dall'Ue, nel solco della filosofia dell'«aiutiamoli a casa loro». Oltre a creare le condizioni per disincentivare le partenze, però, l'esecutivo ha oggi ben chiara la necessità di premere l'acceleratore sulle espulsioni.

Leggi anche «Migranti, Berlino boccia l'Italia. Alla Merkel piace il Fiscal Compact, meno il Migration Compact»

L'assist di Bruxelles
Proprio in queste ore, da Bruxelles è giunto il via libera all’apertura dei nuovi Centri per l’espulsione degli immigrati irregolari, al piano rimpatri soprattutto assistiti e ai progetti di filtraggio e investimento (minicompact) nei paesi di provenienza dei flussi. E lo stesso Minniti è atteso giovedì dal commissario europeo per l'immigrazione e gli affari interni Dimitris Avramopoulos.

L'annosa questione dei rimpatri
La questione, però, è più complicata di quanto non possa sembrare. Perché, nel calderone degli «irregolari», ci sono persone in possesso di un visto turistico o un permesso di soggiorno scaduti, coloro a cui è stato negato lo status di rifugiato, l’asilo politico o la clausola umanitaria e chi è entrato nel Paese come irregolare senza avanzare alcuna richiesta di protezione internazionale. Persone spesso sprovviste di documenti che ne accertino la storia personale, cosa che rende impossibile il rimpatrio verso il loro Paese d'origine. In questo caso, l'espulsione dovrebbe dunque essere disposta verso il Paese di transito, opzione percorribile solo qualora esistano degli accordi bilaterali tra gli Stati interessati o tra lo Stato extra-europeo e Bruxelles.

Il problema degli accordi con i Paesi d'origine
E se con Paesi come Marocco e Algeria – tutto sommato di scarso afflusso – gli accordi esistono, mancano invece, o non sono operativi, quelli con gli Stati da dove passano i flussi più consistenti: in primis la Libia, da cui nel 2016 è passato – secondo l'UNHCR – più dell'80% dei migranti sbarcati in Italia. Parallelamente, è cresciuta la rotta tunisina, rispetto alla quale esiste un'intesa, messa però a rischio dall'instabilità politica. E' dunque questo il difficile scenario in cui si colloca il mini-tour nordafricano di Minniti.

Un revival degli accordi tra Berlusconi e Gheddafi?
Il Ministro intende forse puntare su un revival degli accordi che il governo Berlusconi strinse con Gheddafi nel 2008, e che tra le altre cose prevedevano, in cambio dell'impegno di Tripoli a disincentivare e controllare le partenze, un programma di investimenti italiani in infrastrutture per cinque miliardi di dollari in 20 anni, contributo pensato anche per «voltare pagina» rispetto al complicato passato coloniale. Tra gli interventi che l'Italia si impegnava a finanziare, c'era anche un progetto molto tecnologico, affidato alla Selex, di verifica sugli immensi confini a sud della Libia, in gran parte desertici.

Che cosa prevedeva l'intesa
In cambio della sua generosità, Roma si attendeva una certa solerzia da parte della Libia nel contrasto all'immigrazione clandestina e nell'attuazione dell'accordo già firmato nel dicembre 2007 per il pattugliamento congiunto delle coste libiche, dalle quali già allora salpavano i migranti alla volta di Lampedusa. L'accordo si basava su una somma di 200 milioni di dollari all'anno per i successivi 20 anni, sotto forma di investimenti in progetti infrastrutturali in Libia.

Una missione quasi impossibile?
E se quell'intesa sarebbe formalmente ancora valida, una sua riedizione pare in realtà particolarmente difficile. Perché il caos politico in cui versa la Libia a seguito dell'intervento occidentale del 2011, con un governo riconosciuto dal'Onu ma non legittimato da tutte le fazioni che si fronteggiano, renderebbe l'accordo nei fatti inapplicabile. L'unico interlocutore per Roma sarebbe infatti il premier Fayez al-Serraj, il cui controllo sul territorio è però parziale e spesso soltanto formale, circostanza che impedirebbe all'esecutivo di avere il polso della situazione. Oltretutto, le rotte dei migranti provenienti dall'Africa subsahariana ricadono talvolta in aree controllate da fazioni tribali o gruppi esplicitamente in lotta con il Governo di Unità nazionale. Gli stessi centri di raccolta e detenzione per rimpatri volontari sono in parte dislocati in aree controllate da milizie: si renderebbe dunque necessaria un'operazione per riportarli sotto il controllo dell'esecutivo centrale. Per Minniti, insomma, seguire le orme di Silvio Berlusconi potrebbe rivelarsi una missione (quasi) impossibile.