11 dicembre 2016
Aggiornato 14:30
L’ambigua campagna acquisti (a destra) di Renzi

Perché il No sovranista al referendum non c’azzecca niente con «l’accozzaglia»

Da destra il No alla riforma Boschi non si conforma alla difesa liturgica della Carta, bensì è il tentativo di riconsiderarne il ruolo alla luce della sfida alla sovranità lanciata dalla Ue e dagli aggressivi e antidemocratici network finanziari

Il premier Matteo Renzi (© Shutterstock.com)

ROMA - Dire «No, grazie» al referendum costituzionale, ossia alla riforma Boschi, da destra significa scontrarsi – da mesi – con un difficile snodo culturale, sociologico e politico. Sin dalla fine degli anni ’60, infatti, uno dei contrafforti del riformismo «nazionale», sostenuto in pompa magna dall’allora Msi ma anche da coraggiose monadi della società giuridica italiana di matrice liberale, è stata proprio la necessità che anche l’Italia divenisse, contro la partitocrazia e il consociativismo, una Repubblica presidenziale, sul modello della Francia. Di fatto, ciò rappresentava una sfida aperta a chi sosteneva, invece, che la Costituzione entrata in vigore nel ‘48 fosse per sua natura irriformabile, la «bibbia laica» della nazione: un fronte ai tempi amplissimo, che abbracciava tutte le forze dell’arco costituzionale.

L’ambigua campagna acquisti (a destra) di Renzi
Il tentativo di Matteo Renzi, alimentato e corroborato dal portato del Patto del Nazareno, si innesta, proprio dal punto di vista antropologico prima che politico, in questo cassetto dei desideri. La propaganda del premier sulla riforma si gioca su numerosa ambiguità proprio perché – coerentemente all’approccio spregiudicato e iconoclasta di Matteo Renzi – suo malgrado liberalizza uno dei totem del conservatorismo di sinistra e cattocomunista del Paese: la «sacralità» della Carta, resa tale contro ogni tentativo di introduzione di premierato forte, per non parlare di presidenzialismo tout-court, considerati dal corpaccione della società politica come il rientro dalla finestra dell’uomo forte, e con questo l’eterno ritorno dell’Ur-fascismo, per dirla con Umberto Eco.

Non è la «più bella del mondo»
Insomma, per i soggetti politici che la Costituzione hanno sempre cercato di modificarla praticamente, come è avvenuto senza successo durante l’occasione storica dei vent’anni di centrodestra, compito nel compito in questa campagna per il «No» è stato differenziare le proprie ragioni da quelle «dell’accozzaglia», ossia dei vari Anpi, Arci, giuristi di cultura azionista come Gustavo Zagrebelsky e Stefano Rodotà, per non parlare delle tesi del MoVimento 5 Stelle: esattamente di coloro che oggi come ieri difendono la Carta in sé, considerandola – come recita il motivetto propagandistico in stile maoista – «la più bella del mondo».

No, grazie: in nome dei forgotten men
Da destra non è esattamente così. Il «no» al ddl Boschi non si conforma alla difesa liturgica – che sta lacerando come mai il campo progressista, orfano dello spauracchio unificante di Silvio Berlusconi – ma, a differenza della corvée spot del governo nei confronti delle burocrazie europee e dei partner (interessati) internazionali, ha come obiettivo quello di riconsiderare il ruolo della Carta alla luce della sfida alla sovranità lanciata dagli organismi di stanza a Bruxelles e dagli aggressivi e antidemocratici network finanziari. Non è un caso che – all’interno del perimetro «presidenzialista» che unisce, nello specifico, i documenti di Lega Nord e Fratelli d’Italia – una delle ragioni forte di «No» sia la necessità di eliminare l’art.75 della Costituzione «che impedisce agli italiani di esprimersi, tramite referendum, sui trattati internazionali», come si legge sul paper del comitato «No, grazie». Una richiesta di democrazia diretta su un aspetto che – dal tema migranti a quello della politica commerciale – ha intaccato pesantemente sulla tenuta sociale del ceto medio europeo: i forgotten men del Vecchio Continente.

Oggi come ieri: la riforma è presidenzialista
Il «no» sovranista, dunque, intende smascherare l’inganno intrinseco del riformismo renziano e bloccare un tentativo di riforma che – senza risolvere i nodi della fluidità del procedimento legislativo (vedere il «nuovo» articolo 70, con l’introduzione di ben sette modalità diverse di approvazione delle leggi) né quelli del risparmio delle istituzione e né tantomeno quello di aumentare il protagonismo dei cittadini – se dovesse essere approvato impedirebbe in maniera probabilmente cronica l’unica vera riforma innovativa dell’impianto istituzionale: quel presidenzialismo che ieri si contrapponeva all’esclusione forzata del sistema dei partiti nei confronti della società e che oggi rappresenterebbe – con un’iniezione di legittimazione e di autorità-responsabilità conferita direttamente dal popolo – quell’antidoto al trasformismo endemico alla Seconda Repubblica che ha consegnato, dal 2011 a oggi, ben tre governi espressione di diktat e volontà sovranazionali. Per non dire apertamente antinazionali.