11 dicembre 2016
Aggiornato 14:30
In occasione della cena di Stato

Obama chiede a Renzi di intervenire in Libia. L'ultimo pressing di una lunghissima serie

Proprio quando il ruolo dell'Italia in Libia pareva finalmente chiarito, Obama torna a tirare per la giacchetta Renzi per un intervento più attivo. Ed è solo l'ultima puntata di una vicenda intricatissima, piena di corse in avanti e passi indietro

WASHINGTON - L'ultima cena di Stato di Barack Obama, alla presenza del presidente del Consiglio Matteo Renzi, della sua consorte Agnese Landini e della delegazione di «eccellenze italiane», non è stata solo l'occasione, per l'ormai uscente capo della Casa Bianca, di fornire un gigantesco assist alle politiche di Renzi in patria, nonché al fronte del «sì» al referendum costituzionale. No: Obama ha anche approfittato per tirare per la giacchetta il fedele alleato italiano perché offra un più ampio e attivo supporto alla missione in Libia. «Dall’Italia ci servirà aiuto anche nella fase 2 della Libia», ha detto. Il che significa fornire a Serraj un supporto «con azioni militari ed economiche».

L'Italia deve fare di più
Non bastano, dunque, i 300 soldati che hanno permesso la realizzazione dell’ospedale a Misurata, o la base di Sigonella che secondo fonti americane «è già utilizzata a pieno», né la presenza della nostra intelligence sul campo. L'Italia, per Washington, deve fare di più. Come, verosimilmente, aiutare a cacciare l'Isis da Sirte, o sostenere il governo di Serraj che è assediato da ogni parte: da un lato, dalle milizie del generale Haftar, espressione militare del governo di Tripoli; dall'altro, dalle milizie fedeli a Khalifa al-Ghwell, l'ex premier islamista che sta cercando in ogni modo di rovesciare il Governo, dopo aver tentato qualche giorno fa un colpo di Stato.

L'ultima di una lunga serie
E poi ci sono gli sponsor di Tripoli, l'Egitto in primis, che, a causa della grave crisi economica che sta attraversando, ha chiesto al Fondo Monetario Internazionale un prestito da 30 miliardi di dollari. Washington è disposta ad aiutarlo e nei prossimi giorni manderà una missione per trattare, ma le trattative riguarderanno probabilmente anche il ruolo del Cairo in Libia, fino ad ora schierato a favore di Haftar. In questo panorama, insomma, l'Italia, per l'alleato d'oltreoceano, dovrà fare di più. E non è affatto la prima volta che al nostro Paese viene gentilmente «richiesto» di ricoprire in Libia un ruolo più attivo.

Quando Phillips parlò di 5000 soldati italiani attesi in Libia
In effetti, la storia dell'impegno italico nell'ultima crisi libica è fatta di annunci e smentite, corse in avanti e passi indietro. A inizio anno, si moltiplicavano le dichiarazioni bellicistiche dell'Occidente, mentre l’ambasciatore americano Phillips puntualizzava che gli Usa, dall’Italia, si aspettavano 5000 soldati pronti a varcare il confine di Tripoli. All’ambasciatore, allora, aveva risposto il premier Renzi, sottolineando che Roma non avrebbe approvato «l'invasione con 5000 uomini»; salvo poi specificare: «Se ci sarà la necessità di intervenire, l’Italia non si tirerà indietro».

Il Wall Street Journal ci "informò" che l'Italia concedeva Sigonella agli Usa
Intanto, iniziavano le incursioni dei droni americani lanciati dalla base italiana di Sigonella. Fu, peraltro, il Wall Street Journal ad avvisare l'opinione pubblica italiana del fatto che Roma aveva concesso la base siciliana agli Usa. E mentre sui media si ventilava l'ipotesi di una spartizione anglo-italo-francese della Libia tra Tripolitania, Cirenaica e Fezzan e Parigi e Washington e Londra si mostravano sempre più propense a intervenire nel Paese, l'Italia si trincerava dietro a una cauta ma confusa vaghezza: da un lato concedeva Sigonella agli Usa, dall'altra il ministro Gentiloni esprimeva i suoi dubbi sull'opportunità di una soluzione militare; e ancora, mentre Renzi dichiarava che l'Italia avrebbe fatto «la sua parte», quella «parte» sembrava al momento escludere un contributo militare, a causa di una situazione politico-istituzionale nel Paese ancora troppo instabile.

Quando Carter annunciò una missione a guida italiana
A marzo, mentre veniva ufficialmente alla luce il Governo di riconciliazione nazionale dopo mesi di estenuanti tentativi, l’Italia vedeva realizzarsi parzialmente una delle due condizioni che aveva sempre posto per intervenire militarmente: e cioè la formazione di un esecutivo (seppure, nei fatti, ancora privo di consenso). La seconda, ossia la richiesta ufficiale di quell’esecutivo, doveva ancora realizzarsi. Ma a fare pressing sull’Italia ci hanno pensato gli Stati Uniti, con Barack Obama a febbraio particolarmente attivo nel sollecitare Renzi a «fare la propria parte», e con il segretario alla Difesa americana Ashton Carter, a fine mese, solenne nell’annunciare che all’Italia sarebbe spettato il «ruolo di leadership» nella missione. Ad aprile, poi, si parlò dell'offerta, da parte dell'esecutivo italiano alla Libia, di 900 uomini dopo la richiesta di aiuto di Al Serraj all'Onu per proteggere i pozzi petroliferi. Indiscrezione subito smentita, o meglio, ridimensionata da parte di fonti della Difesa, che, a Repubblica, rilanciarono per 250 uomini di Polizia e Carabinieri.

Sì alla prudenza, no alla leadership
Dopo mesi di fibrillazioni e nonostante le numerose spintarelle dell’alleato americano, a maggio l’esecutivo italiano sceglieva la linea della prudenza, rinunciando a quella, pur golosa, della leadership. Una linea apparentemente sostenuta anche dal segretario di Stato americano John Kerry, ma che Matteo Renzi confermava essere stata scelta «nonostante il pressing degli alleati». Una decisione che pareva rispettosa delle dichiarazioni espresse da Al Serraj al Telegraph, che specificava di non volere scarponi occidentali sul terreno, ma solo sostegno economico e umanitario, nonché l’interruzione dell’embargo sulle armi.

Il contrordine: Dunford riassegnava la leadership all'Italia
Solo qualche giorno più tardi, di nuovo un contrordine, e ancora da oltreoceano: il capo degli Stati maggiori congiunti della Difesa americana Joseph. F. Dunford, sul Washington Post, ventilava una seconda fase delle operazioni in Libia, ancora a guida italiana. Dunford, però, interpellava direttamente i vertici militari italiani per avere un chiarimento a proposito della posizione di Roma, che fino ad allora era apparsa incerta e traballante. E la risposta tentava di salvare capra e cavoli, la linea prudente su cui l'esecutivo si era appena posizionato, e l'eventuale ipotesi di leadership per una fase successiva: l’Italia, si disse quindi, è disposta a intervenire, ma a condizione che ci sia la richiesta legittimante e ufficiale di Serraj.

Le richieste umanitarie di Serraj, e Ippocrate
Richiesta che, però, non è mai giunta, almeno in termini strettamente militari. Tant’è che ad agosto sono stati gli Usa a sferrare i primi raid su Sirte contro l’Isis. L’unico appello portato alle orecchie del Belpaese da parte libica è stato quello per «aiuti umanitari e soccorsi sanitari», che avrebbero dovuto unirsi ai già presenti addestratori per lo sminamento presenti sul campo. Quindi, a settembre, l’annuncio della missione Ippocrate, composta da duecento paracadutisti della Folgore e cento operatori sanitari, tra medici e infermieri. Ora, però, l’ennesimo déja-vu di questa intricatissima vicenda: proprio quando il ruolo dell'Italia pareva finalmente chiarito, Obama torna a fare pressing sull’Italia per un intervento più attivo. E chissà se questa volta, dopo la cena in grande stile e l’assist per il referendum, Matteo Renzi non si mostrerà più sollecito ai desideri di Washington.