1 ottobre 2016
Aggiornato 01:30
Referendum costituzionale 2016

Il referendum di un mondo senza idee: pro o contro Renzi-Boschi senza nemmeno sapere perché

La personalizzazione operata da Renzi ha portato il prossimo voto referendario nella guerra dei mondi che vede contrapposti gruppi che si riconoscono nel rispettivo capo. Senza neanche capire cosa c'è in ballo e perché

ROMA - Lo scrittore Luciano Bianciardi, in una delle sue folli risposte ai lettori che gli scrivevano sul «Guerin Sportivo», alla domanda «che differenza c’è tra una rivoluzione e una rivolta?», così rispose: una rivolta segue un capo, una rivoluzione segue un’idea. E in un suo dimenticato racconto del 1962 dal titolo «Dirigenza convergente», così scrisse relativamente ai politici: «Fra dieci o venti anni la nostra dirigenza (leadership) politica sarà talmente uniformata da consentire il pool dirigenziale. Cioè un fondo di politici eguali, intercambiabili, professionalizzati, a cui i vari partiti possono attingere secondo il bisogno e piacimento loro. Ci sarà l’albo dei politici, come c’è dei medici, dei notai. Ci saranno concorsi, requisiti, onorari, quote, pensioni e marchette mutua».

Zagrebelsky: «Non si partecipa per capire, ma per tifare la propria squadra»
Tornano in mente quelle pagine scritte dall’infelice maremmano morto nel 1971 quando si leggono le parole del giurista Gustavo Zagrebelsky in merito al prossimo referendum costituzionale. L’ex presidente della Corte Costituzione e attuale docente presso l’Università di Torino in una intervista rilasciata all’Huffington Post ha dichiarato: «Se lei va nei dibattiti in cui si confrontano il sì è il no, si renderà conto che non si partecipa per capire o ascoltare gli argomenti dell'uno o dell'altro: si va per manifestare l'appartenenza a una squadra o a quella avversaria. Si va lì per tifare».

Mondi in rivolta senza sapere nemmeno perché
La personalizzazione operata da Matteo Renzi, che in mesi passati ha centrato su se stesso l’esito di una riforma che, effettivamente, l’Italia attende, ha portato il prossimo voto referendario nella guerra dei mondi che vede contrapposti gruppi che si riconoscono nel rispettivo capo. Mondi in rivolta, senza nemmeno sapere perché ma stufi dello status quo, che delegano il miglioramento del proprio vivere non già a un’idea, ma alla cieca fiducia verso la figura del leader di cui scriveva Bianciardi. Risulta sempre sorprendente scoprire come l’oggetto del contendere sia pressoché sconosciuto ai più. Ma non potrebbe che essere così, perché l’argomento su cui si dovranno esprimere gli italiani è tecnicamente ostico, e i mezzi di comunicazione di massa latitano nel dare una spiegazione sul senso delle cose proposte. Il messaggio di chi è a favore o contrario è centrato su un piano puramente retorico e propagandistico.

Chi è a favore, sintesi
La riforma Boschi farà risparmiare lo Stato, ci saranno meno politici e meno poltrone. Le leggi verranno approvate più velocemente. Sarà più semplice far partecipare gli italiani alla vita civile e politica del paese dato che, ad esempio, i referendum saranno più semplici approvare.

Chi è contrario, sintesi
Tutto falso. La riforma costituzionale è un colpo di stato surrettizio orchestrato da Renzi per avere campo libero. Non è vero che si risparmierà e i politici che andranno al Senato, nominati, saranno quelli che devono scappare guai giudiziari. Sarà ancora più complicato far partecipare il popolo alla vita democratica del paese.

Un mondo senza idee
Queste due sintesi sono il massimo dell’elaborazione mediana presente. Sicuramente vi sono approfondimenti più raffinati da entrambe le parti, ma sono una residualità che interessa pochi appassionati. La maggiorparte si limita a seguire l’indicazione del proprio partito, o quantomeno del gruppo in cui riconosce meno antipatia politica. Il tutto, come detto, si trasforma in un voto contrario o a favore del capo al momento in sella: Matteo Renzi.

Dubbi che provengono dal passato
In linea teorica, una riforma come quella proposta da Renzi e dalla Boschi dovrebbe essere gradita alla destra, in quanto aumenta fortemente il ruolo del governo e del primo ministro, spostando così il potere dal Parlamento. Qualcosa di molto simile al presidenzialismo, per cui la destra si è sempre battuta. Chi non ricorda la verve che Gianfranco Fini metteva sull’argomento prima di diventare democristiano? Renato Brunetta lo dice con genuina trasparenza: «Il no al referendum è per mandare a casa Renzi e ripristinare la democrazia» (nel senso che l’attuale primo ministro non è stato votato da nessuno, ndr). Dovrebbe essere gradita anche a Beppe Grillo la, il quale durante lo «Tsunami tour» del 2013 urlava alle folle che bastava solo la Camera dei deputati e il Senato si poteva cancellare. Il M5s è tra i più accaniti antagonisti della riforma renziana che, di fatto, depotenzia fortemente il Senato.

Siamo alla ricerca di un nuovo «Principe» machiavellico da seguire punto e basta?
Siamo quindi di fronte alla fine delle idee? Non solo delle ideologie, ma dell’intera concezione del pensiero sulle «cose». Siamo di fronte al desiderio di massa di un nuovo «Principe» nel quale la prospettiva è plasmata sull’assioma secondo cui la volontà del capo deve essere seguita a prescindere da ciò che egli dice o propone? In una forma estrema di tale prospettiva potrebbe accadere tale scenario: chi oggi boccia la riforma un domani che sarà al governo la riproporrà simile. E chi oggi la sostiene ne denuncerà lo spirito illiberale. La torsione caesarista che si innesta sulla fine delle ideologie a cosa porta? Ad essere tifosi della propria «squadra politica» anziché della squadra pallone? Con una sorta di cecità che ricorda gli scenari di Josè Saramago.