1 ottobre 2016
Aggiornato 19:00
Dopo le recenti polemiche del Premier

L'ultimo «affronto» di Juncker a Renzi. Nonostante le lodi di Napolitano

Il Presidente emerito della Repubblica si sarà pure rallegrato delle sue recenti «aperture», ma Juncker ci ha messo davvero poco a (ri)mettere in riga Renzi. Ricordandogli che la stabilità non si tocca.

Il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano e il premier Matteo Renzi. (© Paolo Giandotti | AFP)

BRUXELLES – Quando il nostro presidente del Consiglio, dopo l’ultimo disastro partorito dall’Ue in occasione del vertice di Bratislava, ha iniziato la sua piccola «rivolta» nei confronti della gestione rigoristica dell’Unione, il suo primo critico è stato il presidente emerito Giorgio Napolitano. Il quale, dopo i tanti assist forniti sul referendum costituzionale, ha storto il naso per l’ardire mostrato dal giovane premier di fronte ai colossi dell’eurocrazia - un ardire, intendiamoci, che noi crediamo motivato da calcoli politici (LEGGI ANCHE «Renzi, prove di ribellione: salvare l'Italia per salvare se stesso») -.

Napolitano: puntare su Juncker
Certo: la crisi europea è talmente macroscopica che neppure Napolitano potrebbe riuscire a negarla. Comprensibile, dunque, a suo avviso, la critica di Renzi; ma il monito dell'ex capo dello Stato è dietro l’angolo: nessuno può farcela da solo. E soprattutto, è su Juncker che Roma dovrebbe puntare per far valere le sue ragioni.

Passi avanti
Secondo Napolitano, il presidente della Commissione Ue ha dimostrato già nel documento preparatorio a Bratislava di avere a cuore le istanze del Belpaese. Nessuna sottovalutazione della crisi, «raddoppio dei finanziamenti per il Fondo del piano Juncker per investimenti paneuropei, istituzione di un piano di investimenti per l’Africa e il vicinato mediterraneo come parte integrante di una risposta alla pressione migratoria crescente verso l’Europa». Per Napolitano, questi sono grandi passi avanti. Così come è un grande passo avanti la via proposta dal numero uno della Commissione Ue sul patto di stabilità: vale a dire la sua conservazione, ma con un'applicazione «non dogmatica».

La diagnosi di Juncker
E' vero: ultimamente, Juncker non fa che parlare della crisi che sta vivendo l’Europa. La diagnosi emersa dal suo discorso sullo stato dell’Ue è la seguente: «crisi esistenziale». Diagnosi un po’ attenuata dall'espressione «almeno in parte», per non rischiare di seminare troppo allarmismo o di dare adito ai «cattivoni» populisti di sostenere che l'Ue non sia riformabile. Ad ogni modo, i sintomi della malattia tracciati dal lussemburghese sono stati: «disoccupazione», «disuguaglianza sociale»«massa ingente di debito pubblico», divisioni davanti all’«enorme sfida dell’integrazione dei rifugiati», le tante «domande» senza risposta a livello economico. Qualche giorno più tardi, poi, Juncker ha rincarato la dose, ribadendo che la salute europea «va molto male», che ci sono «rotture» e «fessure» «numerose» e «pericolose», e che l’Europa è «alle prese con la crisi dei rifugiati, la Brexit, la mancanza di investimenti». La malattia europea, da «crisi esistenziale» che era, è diventata addirittura una «policrisi».  Una diagnosi quasi drammatica, sulla quale, a grandi linee, si potrebbe pure essere d’accordo. Il problema è che il «medico» Juncker dimostra di non avere la più pallida idea della «cura» da adottare.

L'astuta soluzione della crisi migratoria
Perché in effetti, se mai da una malattia tanto grave sia possibile guarire (e non tutti ne sono convinti), certo la terapia dovrebbe essere coraggiosa, urtante, inaudita. E invece, tutte le «misure» di cui Giorgio Napolitano tanto si rallegra non sono che ricette già viste, compromessi al ribasso che evidenziano l’assoluta indisponibilità della tecnocrazia europea a mettersi in discussione e soprattutto la sua irresistibile tendenza a replicare gli stessi identici errori. Si pensi alla questione dei rifugiati, sulla quale, nel post-Bratislava, Renzi ha rilevato la totale mancanza di passi avanti. La «soluzione» di Juncker è la seguente: «La solidarietà nella ripartizione dei rifugiati ci deve essere». Ci «deve essere», punto. Un approccio che, come dimostra la questione delle quote obbligatorie, ha già dimostrato tutta la sua inefficacia. Come può l’Europa ignorare che alcuni governi legittimamente eletti non ne vogliono sapere di accogliere? Come potrà l’Europa chiudere gli occhi davanti al referendum sulle quote che a breve si terrà in Ungheria? Tralasciando qualsiasi valutazione etico-morale, è chiaro che l’argomento junckeriano della «solidarietà imposta», politicamente parlando, fa acqua da tutte le parti.

La (ridicola) terza via sulla stabilità
E poi c’è il patto di stabilità. Perché Napolitano potrà pure plaudere all’approccio «non dogmatico», ma la verità è che Juncker, pur senza dogmi, ci ha messo davvero poco a rimettere al suo posto l’attaccabrighe Matteo Renzi. Ricordando che i margini di flessibilità sono già previsti nella stabilità, e che senza di essi «l’Italia quest’anno avrebbe dovuto spendere 19 miliardi di meno». Punto e a capo. Il premier, dunque, potrà pure continuare a far polemica e a ribadire che le spese per il terremoto saranno extra stabilità, ma ciò che emerge è che nulla di sostanziale cambierà davvero. La «terza via» di Juncker tra austerity e crescità - e cioè il tradizionale patto di stabilità un po' «sbavato» - è un compromesso insensato e un palliativo inutile. Con buona pace di Giorgio Napolitano.