30 settembre 2016
Aggiornato 00:00
Una lettera da chi ci è già passato

Roma 2024: cari romani, due o tre cose che so, da torinese, sulle Olimpiadi

C'è chi, dalle Olimpiadi, ci è passato davvero. Come me, che sono torinese, e ho visto la mia città diventare il Paese dei balocchi. Ma poi la festa finisce, e bisogna fare i conti con la realtà

TORINO - Cari romani, chi vi scrive è un torinese che solo pochi anni fa ha avuto in casa le Olimpiadi, era il 2006. Le nostre, certo, erano solo quelle invernali, quindi molto più piccole.  Mi permetto però di scrivervi due righe, in cui elenco cosa perdete e cosa guadagnate. Vi state dibattendo nel dubbio? La Raggi ha fatto bene o male? Vedete sfumare sotto i vostri occhi feste con le atlete brasiliane e i saltatori cubani e vi contrite? Oppure gioite dello scampato pericolo? Leggete qua sotto, e poi fatevi un’idea.

Le Olimpiadi che ci hanno portato la metropolitana
Le Olimpiadi di Torino 2006 dovevano trasformare la città, da industriale grigia e stereotipata, a centro della nuova economia legata al benessere. Nel 1999, quando ci furono assegnate, la città non capì bene di cosa si trattava. Conoscete quel cliché secondo cui il torinese è sempre scontento e sospettoso? Beh è vero. Le Olimpiadi in un città distante cento km dalle montagne sembravano una follia. Poi sono iniziati i cantieri: cantieri che non si erano mai visti. Esempio: abbiamo visto materializzarsi un mito, la metropolitana. Capisco che la metropolitana esista da circa cento-cinquanta anni, ma noi non abbiamo mai avuto quell’esotico strumento della mobilità sotterranea: noi avevamo la Fiat, e la Fiat vuole vendere automobili che viaggiano in superficie non sottoterra. Ma poi hanno iniziato a scavare sul serio e ci sembrava impossibile, una rivoluzione (VEDI L'INTERVISTA "Torino, la Disneyland d’Italia dove comandano debito e fondazioni).

Torino sbarca in Tv
La città negli anni si è colorata come non mai, si sono aperte nuove vie di comunicazione metropolitane e non. Interi quartieri, penso alla zona degli storici mercati generali, sono stati riqualificati perché si dovevano costruire i villaggi olimpici che poi sarebbero stati riutilizzati al termine dei Giochi, il centro storico ha completato la sua trasformazione ed è diventato un salotto. Curiosamente noi torinesi sentivamo parlare della nostra città in televisione, e sui giornali come un luogo bello da visitare. Ma chi, noi? Davvero? I cantieri non sono stati nemmeno troppo impattanti, anche perché molto è stato ristrutturato e non costruito ex novo. Si pensi al vecchio stadio Mussolini, poi Comunale, oggi Stadio Olimpico. Ci gioca il Torino, la Juventus gioca invece a Venaria.

Due settimane di ubriacatura
Poi sono arrivati i Giochi ed è stata veramente una bella festa. Due settimane di gioia, di allegria, di ubriacatura. Plotoni di turisti e atleti giravano per la città,  quattordici giorni in cui non si sapeva qual festa scegliere per passare la serata: una più bella dell’altra. Fuochi di artificio a profusione, un ottimismo mai provato prima ha travolto tutti, ma proprio tutti. Torino si sarebbe rilanciata proprio nel post olimpico, perché sarebbe diventata un centro di aggregazione sportivo e culturale. Si parlava, me lo ricordo bene, di «Coverciano della neve», un centro d’eccellenza che avrebbe attratto grandi atleti e dato fiato a una nuova economia.

Il Paese dei balocchi ha una fine
Poi i Giochi sono finiti, che peccato. Il problema è solo quello: la durata. Dovrebbero durare dieci anni, anzi venti. Il paese dei balocchi di Collodi. Invece dopo due settimane si spegne tutto e, come dopo la sbornia della vita, hai un gran mal di testa e vedi che intorno a te gira tutto. Ma non subito.

E poi arriva la tempesta
Certo, alcune cose non quadravano molto: si cominciava a parlare di debito formato gigante, di taglio dei servizi, di risparmi. La città è entrata dentro una fase opposta, depressiva. Dopo la botta è arrivato il classico down. Gli impianti olimpici degli atleti hanno cominciato a languire, per poi essere abbandonati. Oggi nel villaggio olimpico hanno trovato un tetto di fortuna i profughi delle varie guerre, e gli impianti sportivi hanno vita dura: trampolino e pista da bob sono stati abbandonati e il solo vederli fa sanguinare gli occhi. Colpa della crisi economica mondiale, dicono. In tutto sono cento milioni di euro abbandonati. Ogni tanto fanno dei tentativi per «rilanciare il sogno olimpico» ma non combinano mai nulla. Funzionano bene il Pala Alpitour, dove fanno i concerti, lo Stadio Olimpico e la metropolitana che è piccola ma bella come una bomboniera.

Cos'è rimasto?
Il debito è sempre lì, e per farlo scendere hanno tentato di vendere tutto il possibile: dall’inceneritore ai palazzi storici patrimonio Unesco. Ma non scende, anche perché c’è così tanta offerta sul mercato che i prezzi sono miserrimi. Il centro è rimasto bellissimo, il salotto che descrivevo prima. Le periferie sono invece oggetto di una crisi urbana molto profonda, scaturente da un connubio di scarsa attenzione per mancanza di risorse e crisi economica globale. Da quelle parti l’effetto olimpico, che invece in centro è ancora forte, non si è mai sentito (LEGGI ANCHE "Olimpiadi 10 anni dopo. Storia di un debito infinito e del Villaggio Olimpico rifugio dei rifugiati").

Torino e le altre
Ecco, questo è quanto accaduto, in estrema sintesi, nella mia città. 
Ora fatevi voi un’idea. Ah dimenticavo: lo scorso luglio ho portato a spasso un paio di fotografi della Magnum che stanno preparando un reportage su tutte le città che hanno ospitato i giochi dal 1960: mi hanno detto che quanto avvenuto a Torino è accaduto ovunque, tranne a Los Angeles e Barcellona.
Un caro saluto.